Gli italiani emigrano per fame; in fuga da vite disperate, puzzolenti di miseria, di incuria, di abbandono.
Scappano dalla loro terra che li ha dannati alla povertà senza speranze di miglioramenti.
Corrono via coi figli piccoli e quelli tenuti nei ventri e quelli promessi.

Sono un flusso senza tregua. Tra il 1860 e il 1885 sono 10milioni le italiane e gli italiani che fuggono via.
Nei decenni successivi raggiungeranno il numero complessivo di circa 23milioni.
Arrivano in Argentina, negli Stati Uniti, in Brasile e dovunque ci sia una speranza di vita; da conquistare col lavoro, con la fatica che ti ammazza, con gli espedienti contro i pregiudizi e la forza. Con la lotta collettiva che unisce le donne e gli uomini di ogni paese nelle stesse condizioni sfruttate e emarginate.

Vengono, all’inizio, dal Veneto, dal Friuli-Venezia Giulia, dal Piemonte e, in seguito, dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia. In breve, l’emigrazione si allarga a ogni regione italiana. Un esodo che offre un alito di vita sia a chi parte che a coloro che restano.
Sono carne da sfruttare e da usare in tutte le maniere per incrementare i profitti dei ricchi della Terra.

Pagano caro il prezzo dell’accoglienza.
Come nell’incendio della fabbrica della “Triangle Shirtwaist Company”, il 25 marzo 1911, a New York, dove 39 ragazze italiane (su 146 vittime) muoiono bruciate vive o sfracellate al suolo, per scappare dalle fiamme; chiuse a chiave, dai loro padroni Max Blanck e Isaac Harris, per paura che lasciassero il lavoro.
Come gli italiani massacrati a Aigues-Mortes, dai lavoratori francesi convinti che gli immigrati portassero via il lavoro.
Come i muratori morti nei cantieri che innalzavano la grande New York al cielo (Pietro Di Donato lo racconterà nel romanzo proletario “Cristo tra i muratori” del 1939).
I 9 linciati a New Orleans il 14 marzo 1891 e i 5 a Tallulah (Louisiana), il 20 luglio 1899.
I 171 minatori morti nel disastro della bestiale miniera di Monongah (Virginia Occidentale), il 6 dicembre 1907. I 146 bruciati vivi nella miniera di Dawson (New Mexico), il 22 ottobre 1913.
I 600 e più morti nelle miniere belghe (Marcinelle compresa!), tra il 1946 e il 1956. I minatori italiani erano la merce di scambio della loro Repubblica in cambio del carbone indispensabile alla ricostruzione. Obbligati al lavoro senza proteste, pena l’espulsione e, addirittura, l’arresto. I bastardi “musi neri” che arrivavano, 2000 a settimana, e finivano nelle baracche predisposte fuori dalle città. Per loro non c’erano case: “NI CHIENS NI ITALIENS”.
Sacco e Vanzetti.

Oggi, 10 luglio, non riesco a sfuggire a questi pensieri. E’, semplicemente, il compleanno “pubblico” di quello che fu un ragazzo figlio di immigrati dalla Sicilia; eppure, nella sua vita scatenata mi pare di leggere tutto il furore di questa storia di vite in movimento: italiane e di ogni paese.
Jake (Giacobbe) La Motta è nato 96anni fa nel Bronx; dov’era finita la disperata fuga, dall’Italia e dalla fame, della sua famiglia.
Poteva finire in un cantiere edile o in qualche galera o a farsi spaccare le ossa sul ring. Come Rocky Graziano e Rocky Marciano (da chi avrà preso il nome del “suo” pugile, Stallone!), fra le decine d’altri.
Continuò a fare a botte, dalla strada, dove suo padre lo faceva combattere per qualche dollaro con altri ragazzini più grandi, al ring.
Con la stessa furia, a testa bassa, sempre avanti, fino a sentire l’odore acre del sudore dell’altro, il suo alito affannato e il sangue dolciastro che si mischiava al suo. Fino al momento del contatto, quando, corpo a corpo, poteva muovere le sue braccia corte e tozze come quelle di un contadino siciliano. Come quelle di un minatore calabrese. Come quelle di ogni uomo disperato consapevole che la sua vita è dentro il dolore e il male in cui è naufragato, per povertà e emarginazione. Nella vertigine di quel dolore potrà uscirne con un riscatto bestiale o morirne, finalmente.

Picchia e viene picchiato, incontro dopo incontro e, alla fine, saranno 106. Contro uomini duri come lui, venuti da altri paesi, per fame e disperazione. Senza mai dimenticare il padre che a Natale, il giorno dei regali, usciva per strada e sparava due o tre colpi. Rientrava, guardava il piccolo Giacobbe e gli altri fratelli, e spiegava che i regali non sarebbero arrivati perché avevano sparato a Babbo Natale. Prendeva per mano il figlio guerriero e lo portava sul marciapiede a battersi con qualcuno più grosso; è un giorno di festa e ci sono più dollari da guadagnare.
Nel corso del tempo della sua vita, La Motta divenne campione del mondo; come il suo amico Graziano. Scrisse, dopo, un’autobiografia e fece qualche film e del teatro. La sua faccia da Bulldog andava bene per quei ruoli cattivi e segnati dalla vita.
Un altro emigrante che ce l’ha fatta e ha attraversato il buio delle miniere, il grigio della calce viva dei cantieri edili e le fiamme delle fabbriche chiuse a chiave. Un altro essere umano che non è annegato in qualche mare, ma, a forza di pugni, di sangue ingoiato e di ossa rotte, ha nuotato attraverso la vita.

Non so bene perché, ma la testa grossa, le braccia corte e tozze, il corpo compatto e agitato, il volto spaccato e grondante sangue e sudore di Jake La Motta il siciliano, oggi, 10 luglio, mi ricorda ogni essere umano che sta attraversando, in qualche modo, la vita fra una frontiera e l’altra. Oltre i mari e i fili spinati; al di là della fame e della disperazione.

“Edie: Ognuno di noi è un po’ parte di tutti gli altri.
Terry: Tu credi a queste sciocchezze?
Edie: Sì, ci credo.”
(FRONTE DEL PORTO – Elia Kazan – 1954”)
.Claudio Taccioli.

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