di Checchino Antonini

«Mi hanno spaccato il terzo e il quarto osso del metacarpo, avevo alzato la mano per ripararmi dalle botte», racconta Serafino Puccio, ingessato da dieci giorni e solo da ieri senza collare. «Quando stavo arretrando sono inciampato in un cestino e ho preso altre manganellate, alla fine ho subito un colpo di frusta e contusioni alla testa».

Giornata piovosa il primo maggio torinese, Serafino reggeva lo striscione della sua organizzazione politica, Sinistra Anticapitalista, quando, in piazza Castello prima di imboccare via Roma, la polizia ha iniziato a caricare. «Così sono andato avanti, mi sono distratto e me li sono trovati addosso – ricorda – in fondo mi è andata “bene” visto che un ragazzo inciampato come me hanno continuato a manganellarlo».

Trenta giorni di prognosi in ospedale, confermati dall’ortopedico. Dall’ospedale è partita immediatamente la segnalazione. Puccio è deciso a denunciare la polizia.

44 anni a ottobre, insegnante di matematica e fisica al liceo Gobetti, prestigioso scientifico del centro di Torino, Serafino è anche Rsu della Cgil. Racconta ancora: «Il corteo è stato spezzato come avviene da tre anni, da quando lo spezzone sociale ha osato contestare il Pd e la Cgil sotto il palco. Erano i giorni del jobs act e del decreto Lupi, degli sfratti in città e altrove. Da allora la polizia si schiera sempre per impedire l’accesso in piazza finché non termina il comizio dei confederali. Quest’anno c’era pochissima gente. Alle 11 eravamo già in piazza Castello, la manifestazione era in largo anticipo rispetto agli anni passati».

«Colpa del tempo – riflette – ma anche colpa della fase, della nostra debolezza. Torino è un termometro per la sinistra, è nel corteo del primo maggio che, tradizionalmente, vengono esibiti i rapporti di forza. Stavolta non erano molti nemmeno i centri sociali. Quando Rifondazione era forte, e noi eravamo dentro quel partito, la polizia provava comunque a esercitare violenza, a provocare gli spezzoni antagonisti ma un servizio d’ordine determinato, quasi sempre, riusciva a smorzare quei tentativi. Non è un caso che la crisi della sinistra s’è palesata a Torino la prima volta, dieci anni fa, quando i leader dei quattro partiti della sinsitra cosiddetta radicale (Prc, Pdci, verdi e Sd) vennero fischiati a Mirafiori per la collusione col governo Prodi».

Ma la “tradizione” di violenze efferate di polizia contro il primo maggio torinese viene ancora da più lontano. Nel ’99, Puccio era coordinatore dei Giovani comunisti: «Abbiamo impedito che la polizia avesse libero sfogo contro i centri sociali e abbiamo garantito che si arrivasse in piazza ma, poche ore dopo, la polizia ha fatto irruzione all’Askatasuna e ha vandalizzato lo stabile distruggendo le cose, terrorizzando i bambini. Devi sapere che il centro sociale è piuttosto radicato alla Vanchiglia, quartiere popolare, e c’era la grigliata con le famiglie. Quel giorno vedemmo in azione alcuni dei protagonisti delle violenze del luglio 2001 a Genova».

Stasera Puccio sarà all’assemblea convocata da organizzazioni, collettivi, sindacati e legali per dare voce alla preoccupazione che per un’organizzazione sindacale come la CGIL, la Questura possa tranquillamente decidere le modalità di una manifestazione sindacale e stabilire chi può e chi non può parteciparvi. «Crediamo che tutti dobbiamo essere preoccupati che qualcuno dall’esterno, la polizia, decida di dividerci, proprio nella giornata simbolo dell’unità del movimento operaio. La cosa grave è la nostra debolezza, l’incapacità di reagire all’avvento della violenza, la vulgata dà la responsabilità ai centri sociali e non è in campo alcuna riflessione sul ruolo delle forze di polizia». Al di là delle telefonate di rito da parte di un paio di dirigenti, Serafino è sorpreso e offeso dal contegno politico del suo sindacato che, dopo le cariche, ha scritto che “Anche quest’anno le forze dell’ordine sono intervenute per permettere lo svolgimento del corteo e degli interventi. I mezzi di informazione descrivono gli scontri tra le frange della contestazione e la polizia, che, puntualmente, vengono ripresi dai notiziari nazionali e soppiantano qualsiasi altro contenuto del primo maggio torinese. Quest’anno abbiamo assistito a un salto di qualità, con le dichiarazioni improvvide di qualche consigliere comunale, che pensa di risolvere il problema vietando le piazze ai sindacati: pericolosa concezione della democrazia e ignoranza delle tradizioni della città che dovrebbe rappresentare”.

«Parole ingiuste e ingiustificabili – conclude – come se il problema non fossero le cariche ma solo il fatto che la loro spettacolatità offuschi i comizi dei burocrati. Una manifestazione è di tutti, quando colpiscono uno, colpiscono tutti. Dobbiamo capire, denunciare, agire anche se ora i rapporti di forza non sembrano permetterci ancora un salto di qualità».

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