Il problema del ritorno, dalla profonda oscurità della Storia, di concetti mai definitivamente sepolti, non è nuovo. Avevamo avuto l’illusione, alla fine dei “Trenta gloriosi” (1945-75), “viziati” da un periodo storico che, con alti e bassi, aveva visto l’avanzata del movimento operaio (e dei movimenti di liberazione anticolonialisti ed antimperialisti), dalla sconfitta del nazifascismo, alla vittoria della rivoluzione cinese, indocinese e cubana, all’ondata post ’68 in tutto il mondo, che le spinte alla barbarie fossero in (definitivo?) regresso. Ma, mutatis mutandis, è successo, in modo meno rapido e più contraddittorio, ciò che è successo dopo la prima guerra mondiale. Dopo il periodo “rosso” (1917-1919 in Russia, 1919-20 in Italia, 1918-23 in Germania, ecc.), la reazione (che si nutre sempre dei peggiori fantasmi del passato, dalla violenza dell’imperialismo romano di 2000 anni fa al neopaganesimo antisemita barbaro e nibelungico, dal cattolicesimo da Inquisizione di Torquemada allo sciovinismo panslavista e neozarista) prese il sopravvento, nutrita soprattutto da una borghesia ormai lontana anni luce dal suo passato illuminista e “rivoluzionario”. E questa immersione nella melma, nell’immondezzaio ideologico della Storia, terminò nell’olocausto della II guerra mondiale, con i suoi 55 milioni di morti, nella peggior barbarie dal punto di vista quantitativo (finora) della storia umana. Già dagli anni ottanta del XX secolo i sintomi dell’offensiva della barbarie reazionaria sono andati moltiplicandosi. Ma è con il crollo del cosiddetto “socialismo reale” (anch’esso impregnato di cultura reazionaria, anche se in maniera più contraddittoria rispetto alla vergogna dello stalinismo strictu sensu) tra l’89 e il ’91, che il peggio del dominio borghese sul mondo, ormai globalizzato, è tornato alla luce. Guerra dopo guerra, repressione dopo repressione, la violenza estrema del potere, negli ultimi 25 anni, si è fatta strada nella coscienza collettiva, in un’opinione pubblica ormai sempre più assuefatta al cosiddetto “darwinismo sociale”, dove chi ha le armi in mano (in senso figurato e letterale) ha diritto di imporre a tutti il suo pensiero (ed i suoi interessi materiali). Il berlusconismo in Italia è solo un episodio (tragicomico, vista la subcultura “farsesca” ancora imperante nel nostro paese, e mi verrebbe quasi voglia di dire “meno male”) di questo imbarbarimento progressivo. La crescita dell’estrema destra un po’ ovunque (fino ad avere una vera e propria “egemonia culturale” in paesi come l’Ungheria, la Polonia, l’Ucraina, e più in generale l’Europa centro-orientale) ne è il più vistoso risultato. Ed ogni estrema destra raccoglie da quella “discarica” culturale di cui parlavo sopra gli “attrezzi ideologici” che ha a disposizione. Uno soprattutto è comune a tutte le “estreme destre”: il nazionalismo-razzismo, declinato nelle più varie forme (anche se, per ora, raramente in senso biologico): anti-migranti, islamofobia, antisemitismo nelle destre “euro-americane”, islamo-fascismo (non trovo un termine migliore, anche se mi rendo conto della sua debolezza) esclusivista (quasi sempre anche antisemita, nel senso anti-ebraico) nelle destre del Medio Oriente (al potere nella penisola arabica, in Iran, in Afghanistan, ecc.) e del Nordafrica, “ritorno ai valori dell’induismo” nell’estrema destra (al governo) in India, ecc. Ovunque la tradizione religiosa fornisce abbondanti riferimenti a questa ondata irrazionalista e selvaggia, come d’altra parte c’era da aspettarsi, soprattutto nei paesi dell’area afro-asiatica, in cui gli anticorpi laici seminati dalla rivoluzione francese e dal movimento operaio non hanno mai prosperato. C’è molto in comune, secondo me, nonostante le differenze (spesso più apparenti e superficiali che reali) tra il Front National, o Jobbik (e lo stesso Orban), e Isis, Shabab, Al Qaeda o Boko Haram, e la vignetta ormai diffusissima su Facebook in cui si vede lo skinhead nazista francese stringere la mano al jihadista dicendogli “merci” dopo la strage di Parigi lo simboleggia perfettamente. Ma questo “idem sentire”, questo nutrirsi, come avvoltoi, dello stesso tipo di “carogne ideologiche”, non si limita a questi settori. I gruppi dirigenti, politici ed economici, di paesi importanti (dalla Russia alla Polonia, dalla Gran Bretagna agli USA, dalla Francia all’Italia, dal Giappone alla Germania e alla Cina) ne sono, in maniera diversa, più o meno influenzati. Le radici sociali di questo sono ben note, e un po’ tutti i commentatori dell’estrema sinistra e dintorni le hanno sottolineate in questi giorni, anche per contrastare la canea islamofobica alimentata dalle destre. A me interessa però, qui, soprattutto l’aspetto “ideologico”, il problema del progetto politico-culturale di cui si fanno carico queste nuove-vecchie destre. Per tornare ai paragoni storici: le radici del fenomeno nazista affondavano, tra le altre cose, anche nell’imposizione dell’iniquo trattato di Versailles, imposto soprattutto dagli imperialisti “liberali” franco-inglesi alla Germania sconfitta. Ma il progetto hitleriano, pur nutrito da una borghesia, quella tedesca, molto simile socialmente ed ideologicamente alle “sorelle” francese ed inglese, aveva una sua dinamica propria, incomparabilmente più barbara ed arretrata rispetto anche al liberalismo zoppo di Parigi e Londra.

Ora, usare il 90 (o il 99%) dello spazio nei commenti dei “nostri”, in questi giorni, per parlare delle malefatte dell’imperialismo “occidentale” (o russo), delle loro chiare responsabilità nell’emergere del fenomeno islamo-nazista, mi sembra un po’ come se (voglio esagerare per provocare!), nel 1942-43, per commentare la barbarie dell’olocausto, avessimo continuamente fatto riferimento all’egoismo imperialista franco-inglese che, frustrando ingiustamente il popolo tedesco da Versailles in poi, aveva contribuito a scatenare la reazione nazista. Tutto verissimo, ci mancherebbe: ma non credo che per coloro che entravano nelle camere a gas questa “razionale” attribuzione di responsabilità fosse di qualche utilità. Forse avrebbero preferito vedere piovere bombe degli imperialisti anglo-americani sugli impianti di Auschwitz. Con questo spirito, quindi, ho accettato di cantare la Marsigliese, sabato pomeriggio, al nostro presidio. Anche se, con molta più voce, ho intonato la nostra cara, vecchia Internazionale.

Flavio Guidi

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